storie di Milano viste da un quartiere

La culla della (nostra) rivoluzione

Dicembre 20, 2009 · Lascia un Commento

Passeggiando tra quei cortili ordinati sembra di trovarsi nel quartier generale di un’azienda informatica della California. Una microcittà silenziosa, fatta di siepi precise e palazzoni con vetrate riflettenti. Gli abitanti – rari e sfuggenti, alla luce del sole li vedi solo per pochi secondi mentre si spostano da un ufficio all’altro – sembrano appartenere a un’unica razza. Eleganti, sempre in scuro e in giacca e cravatta i maschi, tailleur, tacchi e pettinature impeccabili le femmine. Si spostano in gruppi, sorridenti. Sereni.
In pochi sanno che via Caldera 21 è il luogo dove è nato Internet in Italia. Nel 1993 la rete era soltanto e-mail, news group e poco altro. Utopia per una manciata di esperti, futuro business per pochi imprenditori, mistero per tutti gli altri. Un piccolo numero di computer collegati e stop. L’Unisource, un consorzio internazionale di operatori telefonici, dava il collegamento ad Amsterdam perché gli operatori in Italia, agli inizi, non fornivano servizio internet. Stefano Quintarelli, uno dei protagonisti di questa storia e uno dei padri di Inet, racconta che la sede italiana di questo consorzio era in via Caldera 21. A quell’epoca, in ambito urbano stendere i fili, instaurare cioè le linee dedicate, costava troppo e quindi, per chi forniva Internet, era più vantaggioso stare vicino ad Unisource. Un mare di cavi, nascosti nel sottosuolo, che iniziavano a collegare l’Italia al mondo. Nel silenzioso comprensorio di uffici, cominciarono a spuntare come funghi i figli di quel miracolo tecnologico. Da lì in poi, l’esplosione di un fenomeno che lentamente – troppo lentamente, rispetto al resto del mondo – sta rivoluzionando la vita del paese.

Oggi via Caldera 21 è altro, la crescita del fenomeno si è spostata altrove. E in quegli uffici non si respira più l’orgoglio dei pionieri, ma la placida e razionale consapevolezza di una rivoluzione che si consolida.

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Il migliore ceviche de pescado di Milano

Dicembre 14, 2009 · 1 Commento

di Iacopo Radaelli

Comincio questa storia senza ulteriori preamboli. Fare soldi per fare soldi per fare soldi. Io non credo che sia un luogo comune: anche se non ci sono più le mezze stagioni, i cinesi sanno cosa sono gli affari. Prendete ad esempio la mia zona: oltre al Fortuna, nel raggio di due o tre isolati, di ristoranti gestiti da cinesi troviamo quello di Pablo e il Chekiang.
Pablo, nome scelto o attribuito a tavolino per facilitare il saluto degli habitué, infarina e impasta nella sua pizzeria Gustosa di Viale Abruzzi. Un forno a legna, una quindicina di coperti, una moglie alla cassa e due bambini che spesso temporeggiano fino a tardi nel locale in attesa che qualcuno li porti a casa. Il duello con le pizzerie limitrofe è impietoso: se il turco di fianco riesce a vivacchiare grazie al kebab, Mario il sudamericano di Piazzale Bacone ne esce con le ossa e le tasche rotte. E a nulla il servizio a domicilio, a nulla la Fanta gratis. Solo la Piccola Ischia non teme la rivalità di Pablo. Storia e tradizione, nonché una clientela diversa, hanno ancora il loro peso. O forse è solamente la Marinara Classica con i pomodorini freschi.
Il Chekiang di Via Giovanni Battista Pergolesi è quanto di più antipatico possa esserci per chi da quella strada ci passa quotidianamente con la macchina. Confondendosi con i vari Malpensa Express e Orio Shuttle appena partiti dalla Stazione Centrale, i torpedoni bloccano il traffico a intermittenza scaricando davanti al Chekiang comitive di turisti cinesi affamati. Un business mica da ridere capace di trasformare quello che a tutti gli effetti è un qualsiasi ristorante cinese in una qualsiasi zona della città. E tu chiamala, se vuoi, capacità imprenditoriale.
Al Fortuna la storia è diversa solo in parte. Gli inizi, una decina di anni fa: molti stenti e neanche venti metri quadrati per un ristorante cinese come tanti altri ma molto meno presentabile. Una su tutte: la dispensa. Sottoterra, accessibile aprendo una botola sul pavimento vicino alla cassa e scendendo nelle tenebre tramite una scalinata da brivido. Un posto perfetto per tenere sequestrato qualcuno: niente di troppo accattivante, insomma. Qualche cliente italiano per il take-away, involtini primavera e pollo alle mandorle. Avventori perlopiù occasionali, attratti dalla vicinanza da casa nelle domeniche di campionato. Quasi nessuno seduto ai tavoli, nonostante il concorso a punti e i salvadanai a forma di maiale in palio per chi avesse avuto il coraggio di affezionarsi. Un segreto per nessuno: le cose al Fortuna non andavano per nulla bene.
Da qualche anno è cambiato tutto. Oggi con trenta punti si vince un “ricchissimo ceviche de pescado misto” assieme ad una Inca Kola, intruglio giallastro dal sapore di cingomma che in Perù, caso unico al mondo per una bibita analcolica, è più venduto della Coca Cola. E se le tenebre sotto la cassa sono rimaste, i tempi bui per Hu Shuzhen e consorte sono terminati. Oggi per sedersi si fa la fila, così per mangiare. Cibo peruviano per clienti peruviani. Unica eccezione una notevole apertura alla cucina ecuadoriana: come una trattoria milanese che cucina anche la bagna cauda.
Buen provecho! A un tavolo siedono cinque allegri signori dai tratti indios. Al contrario di quanto racconta Colaprico al Fortuna i wanton li preparano ancora. Peccato però che, a parte il solito sparuto italiano in vena di take-away, non li ordini più nessuno. Nei piatti chicha morada, chiccharon de chancho con mote e arroz chaufa. E, naturalmente, il migliore ceviche de pescado della città. Sul tavolo anche una decina di Heineken da sessantasei e un litro e mezzo di tè alla pesca San Benedetto. Cellulari di penultima generazione battagliano fra loro suonando le canzoni di Jerry Rivera in mp3. Le piccole casse riescono a stento a coprire la piccola televisione che, da sopra il frigorifero da bar, canta la riscoperta beat dei Pooh a Domenica In. Hu si fa vedere solo quando, finita la birra, deve scendere negli abissi a fare rifornimento. Altrimenti se ne sta in cucina in compagnia di un aiutante silenzioso mentre sua moglie Maria (altro nome di convenienza) serve ai tavoli, parla poco e ride disturbata.
Quello che si sa: un giorno Hu Shuzhen assume un cuoco peruviano. Non passa qualche mese e il suo piccolo squallido ristorante si è riempito di un popolo rumoroso e affamato, spesso alticcio, sempre pronto ad aggregarsi. Nel nome di quella che sembra una nostalgia allegra. Che Hu può aiutare a coltivare al meglio grazie a manicaretti che ricordano quelli di mamita. E il Fortuna “trasudamerica”. Intanto Hu, scaltro, sbircia domanda e impara i segreti di una cucina lontana, quasi fosse in Erasmus alla scuola di arte culinaria di Dona Flor. E appena sente di saperne abbastanza, con buona pace della riconoscenza, licenzia il cuoco peruviano: la baracca può e deve tornare a funzionare in famiglia. Con una piccola ma sostanziale differenza: una cinquantina di latini da sfamare e dissetare ogni giorno per pranzo e per cena.
Se Hu Shuzhen e sua moglie Maria preferiscono il riserbo, lo stesso non si può dire dei loro avventori. A domanda non rispondono, inondano direttamente di parole e comincia la festa. Sono loro i padroni di casa, ben felici di avere ospiti. La Pausini e Balotelli, Pato e Ramazzotti: i punti di convergenza sono sempre quelli. Lavorano come pony express grazie al loro cinquantino Kymco o guidano furgoni della TNT o della UPS. E, appena hanno tempo, soprattutto la domenica, si dedicano al loro hobby preferito: riunirsi, ritrovarsi, divertirsi. Lo facevano in massa in Piazza del Duomo prima di essere sfrattati. Lo fanno oggi dietro al Corvetto, in un parco su Via Fabio Massimo che costeggia la tangenzialina per San Donato. E, nel suo piccolo, lo fanno al Ristorante Fortuna. Su di una parete, sotto a un orribile orologio digitale Made in China, decine di annunci economici in spagnolo: moto Cagiva in vendita, ricerca di coinquilini per stanze in Via Padova, offerte e soprattutto domande di lavoro. Sedute ai tavoli intere famiglie, amici, persone che si conoscono solo di vista. Davanti a loro la “muerta”, la birra ghiacciata che accompagna il ceviche, attende che venga il suo turno. Attende che Hu Shuzhen sforni la sua specialità.
Domenica scorsa al Fortuna è addirittura saltata fuori una chitarra. E pazienza se dentro al locale quasi non si riusciva più a muoversi. A suonarla un sosia di Ivan Zamorano, maestro di pressing alto mai dimenticato dai tifosi interisti. Le melodie di Jerry Rivera le conosce proprio tutte. Su richiesta prova anche a strimpellare “Noche de Ronda” di Luis Miguel. Lo fa storcendo il naso: le canzoni argentine proprio non gli vanno giù. E infatti riattacca subito con Rivera. Intanto un suo socio cerca di parlare nonostante la sbronza. Racconta che durante la settimana lavora come imbianchino per 110 euro al giorno. Racconta che nel suo paese è ingegnere e che ha studiato sette anni in università. Racconta che al suo paese il pesce per il ceviche se lo va a pescare di persona. Non esiste motivo per non credergli. Intanto sorride e si gusta il migliore ceviche de pescado di Milano. Per la gioia di Hu Shuzhen e della moglie Maria che, ridendo, batte uno scontrino.

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Un edificio mondo, al 42

Dicembre 10, 2009 · 1 Commento

Più conosciuto di Palazzo Marino, più frequentato del Pirellone, più leggendario della Scala. Quello in viale Bligny 42 è forse uno dei più famosi e allo stesso tempo incredibili edifici di Milano.
Lo scuro tunnel d’ingresso è la porta che dà accesso all’edificio-mondo, dove non vivono ragazze e dove le incursioni della polizia sono frequenti. Mentre faccio le foto, mi trema un po’ la mano a pensare che questo posto ha visto due omicidi negli ultimi 3 anni. I citofoni non esistono, perché il quadro all’entrata è distrutto e sembra quasi un segnale per scoraggiare i visitatori. Nel cortile della prima stecca, due nordafricani se ne stanno in piedi appoggiati al muro e ci osservano, più incuriositi che minacciosi. Le quattro scale in cui si distribuisce l’edificio portano ai 240 appartamenti in cui è suddivisa la struttura. «Ma qui ci vivono molte più persone – dice Giampaolo, che ha da poco acquistato un appartamento nel palazzo – a vedere dai consumi di acqua si potrebbe dire che sono almeno un migliaio».
Scendiamo le scale costeggiando una parete che per metà è ricoperta di sputi e torniamo nel primo cortile alzando lo sguardo su una finestra. È la casa di Maurizio Cattelan. «Ci sono i battenti aperti, probabilmente è in casa. Anche se di solito è raro trovarlo qui». Più in basso, al piano terra, la sede della “Shake Edizioni” e la galleria di Emi Fontana (oggi chiusa). Il palazzo di viale Bligny 42 sembra un luogo dalle contraddizioni infinite: arte che convive con il degrado, studenti e intellettuali che vivono insieme con spacciatori e transessuali. Il tutto a due passi dal centro (la stessa via della Bocconi) in una zona dove le case valgono almeno 6 volte il prezzo a cui puoi acquistarle qui. Si racconta anche che l’edificio sia stato la dimora di un’amante di Renato Vallanzasca, che vi abbiano trovato rifugio nuclei delle brigate rosse e che fosse presente una cellula di Al Qaeda.

Due storie, poco leggendarie e molto umane, possono invece far capire cosa sia veramente Bligny 42. Durante la partita dei mondiali Egitto-Brasile si racconta che il complesso si sia trasformato in una piccola San Siro, con i nordafricani delle scale 1 e 2 da una parte e i transessuali brasiliani delle scale 3 e 4 dall’altra, a lanciarsi urla e insulti. Oppure il Ramadan, come racconta la signora Pia (portinaia e figura chiave dell’edificio) nel libro “Cronache dell’abitare”: «Sai quante volte me l’hanno chiesto il cortile per ammazzare l’agnello? Avrebbero anche pulito, ma era proprio l’uccisione dell’agnello che gli italiani non hanno voluto. Però loro l’hanno fatto comunque, in casa».

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“Per chi la piazza la vive dal giorno zero”

Dicembre 1, 2009 · Lascia un Commento

Ci incontriamo direttamente in via Anfossi, sotto casa sua. Da quello che so, Vincenzo è una mezza leggenda urbana: writer della crew 16K, senatore della Dogo Gang, soldato in missione in Kosovo, Somalia, Albania. Camminiamo lungo via Anfossi e mi indica le scuole: “Guarda: elementari, medie, superiori. Ho fatto tutto in via Anfossi, qui c’è la mia storia”. Ascolti le sue canzoni, lo guardi e capisci che è uno fiero. Diresti un duro, se fossimo al cinema. Continuiamo a camminare e Vincenzo saluta tutti i bambini che escono da scuola, “i figli dei miei amici” dice con un mezzo sorriso. E fa un po’ impressione vedere uno come lui – grande e grosso, con barba scura, pantalone largo e anelli alle dita – così gentile con quei piccoli.
Arriviamo in via Montenero e incontriamo un altro rapper: è Montenero che lavora in un negozio di frutta e verdura. “Per fare rap non serve una bella voce – mi spiega Vincenzo – chiunque può farlo, l’importante è essere se stessi”. Entriamo in un locale dove la nostra chiacchierata continua sotto una parete piena di graffiti. Vincenzo ha una voce dura, tagliata, che riversa nei dischi come acquaragia su una ferita. Ti arriva agli orecchi come un coltello sotto la gola. E la Milano che racconta forse non esiste più, ma ogni rima che canta riempie d’angoscia. Perché gli indizi raccolti per strada in autunno – i segni del regno suburbano – sembrano portare alle stesse conclusioni.

Una delle sue canzoni fa: “c’è chi vive all’ombra dei parla parla / chi in strada fa i numeri sperando di svoltarla / spera che madama non lo prenda / chi ha orecchie intenda / non ci sono numeri su questa agenda”

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Critical Mass, ovvero la vendetta del giovedì sera

Novembre 22, 2009 · Lascia un Commento

La mountain bike che sono riuscito a rimediare ha le ruote a terra e mi accorgo che è forata soltanto quando mi scontro con l’inutilità della pompa presa in prestito da una bici legata a un lampione. Per fortuna sono partito in anticipo, quasi prevedessi questa disavventura. Arrivo in piazza dei Mercanti in orario, ma distrutto dalla fatica. All’appuntamento previsto per le 22 non c’è praticamente nessuno. Un ragazzo si avvicina e mi fa: “Sei qui per il mass?”. Annuisco e risponde: “Bella!”, con un tono misto fra lo stupito e il soddisfatto.
Gli altri arrivano alla spicciolata, una bici per volta.
Una volta riunito, il corteo parte che sono le 23 circa: lento, pachidermico, il gruppone si allunga e si contrae. Il primo passaggio in piazza del Duomo ha il sapore dell’invasione, con lo stereo amplificato su una bici che suona i Black Eyed Peas e gli sguardi attoniti dei passanti. Qualcuno urla di piacere, qualcuno suona dei campanacci, altri semplicemente parlano. La ruote martoriate della mia bici mi sostengono a fatica mentre passiamo da corso Venezia e blocchiamo il traffico davanti ai clacson e alle maledizioni dei tassisti. Non siamo solo biciclette ma anche skateboard, pattini e veicoli a sei ruote non identificati. Arriviamo sulla circonvallazione e i clacson si fanno più insistenti. Il corteo – saranno un centinaio di persone – è meraviglioso nella sua arroganza: decine e decine di ciclisti che ogni giovedì sera si prendono la loro vendetta per i soprusi che devono subire quotidianamente nelle strade di Milano. Sono eccitato da tanta rivoluzione e quasi piango quando vedo un patetico Suv che cerca di sorpassarci sulla destra salendo sul marciapiede. Alla fine ci riesce, ma al caro prezzo di diventare oggetto di scherno. In via Torricelli, esausto, mi fermo a guardare i miei compagni di viaggio sfilare ruomorosi e soddisfatti sotto il mio sguardo. Nei muscoli, la sana sensazione di essermi divertito veramente.

“Sai perché siamo con le fiaccole? Per ricordare Eva, una ragazza romana morta in bicicletta ad ottobre. A ucciderla è stato un tassista”.

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Nancy suona a casa dell’architetto

Novembre 18, 2009 · 1 Commento

Mi ritrovo solo, spaesato, in mezzo a tanta gente chic che fa l’aperitivo. So che qualcuno fra poco suonerà, farà un concerto. E io sono in una casa, una casa privata in via Caviglia, zona Corvetto. Sì, un concerto in casa. Un house concert. La casa – mi dicono – è di un architetto, ma io non lo conosco. E’ molto bella, la cosa che mi colpisce di più è il soffitto che culmina in una vetrata. E le pareti, altissime, che sembrano la scenografia di un film espressionista tedesco. Pochi libri, a quanto vedo, ma una lunga fila di riviste “Interni” inclinate una sull’altra mi guardano dallo scaffale in salotto. Tutto intorno a me, la fauna chic continua a mangiare, a bere, a parlare. Il vocio femminile mi ricorda una canzone di Rino Gaetano.
Ad un certo punto capisco che il concerto sta per iniziare. Scopro solo a metà serata che suonerà Nancy Elizabeth. Taccio la mia ignoranza e cerco un cantuccio silenzioso in quel salotto che con 60 persone dentro sembra piccolo. Sul palco improvvisato, gli strumenti giacciono ancora silenziosi mentre il pubblico cerca posto. Tre ragazze dai tratti nordici scherzano con la loro telecamera e si capisce che faranno il film del loro concerto. Ma quale delle tre è Nancy Elizabeth? Punto sulla rossa – la bionda non sembra avere carisma – e appena inizia a cantare scopro che è la mora. Poi è un’ora di archi, canti delicati e chitarre che si alternano nel salotto. Un tipo vestito di nero – che sembra uscito da un libro di Tolkien – ascolta con gli occhi chiusi. Ci provo anchio e per un istante mi sento in un bosco irlandese tra folletti e fate incantate. Ma dura poco. Il concerto è già finito e il vocio torna a farsi incessante. Esco prima che l’onda lunga dell’aperitivo, sopravvissuta al concerto, torni a sovrastarmi. E mi faccio inghiottire dal buio di quel quartiere appena fuori dai confini della Milano conosciuta.

Gli house concert, a Milano, sono ormai una bella realtà. Provatene uno o magari ospitatene uno, se non avete paura di sentirvi estranei in casa vostra.

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Il mestiere dei Rave

Novembre 13, 2009 · Lascia un Commento

Lo so, via Watteau è famosa per il Leoncavallo. Il centro sociale, i concerti, le mamme che lo salvano. Ma per me il Leoncavallo è il luogo dove incontro “Face”. Non mi chiedete altro, di lui so soltanto che si fa chiamare così. Arriva accompagnando una bicicletta, barba incolta e abiti anonimi quasi tutti tendenti al nero. E’ giovane, anche se per fare il lavoro che fa – mi spiega – 39 anni sono anche troppi. Face organizza Rave Party. Mentre parla, la luce bianca e artificiale di una lampada inonda la sua faccia dall’alto. Le occhiaie, già scure e profonde di per sé, sembrano ora due pipistrelli neri agganciati sotto i suoi occhi. Sullo sfondo una parete ricolma di murales che non lasciano fuori nemmeno uno spillo, in sottofondo rumori di un gruppo di ragazzi che sta allestendo il palco alle nostre spalle. Face dà un’ultima aspirata alla sigaretta, spegne il mozzicone con la scarpa e mentre soffia via il fumo dice: “In Lombardia, vengono fatti due o tre Rave a settimana. Roba da decine di migliaia di persone”. Face è onesto, sa che durante queste feste circola droga. Ma la colpa non si può certo dare alla musica, droga ce n’è come in oratorio e a scuola. Su una cosa è certo: “la polizia non interverrà mai”. Perché i ravers sono troppi e quando sono tutti insieme la polizia ha paura. Ride e sorride poco Face, e la sua erre moscia stride a vuoto quando pronuncia la parola “Rave”.

“Non sono più un ragazzino. Adesso, quando vado a un Rave, ci sto un paio d’ore e basta. A mezzanotte sono già nel mio letto”.

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Il suonatore Antonio, una domenica in Barona

Novembre 8, 2009 · Lascia un Commento

antonio2Sono le 12e30 in una zona residenenziale in via Taranto, alla Barona. Una pioggia che non dà tregua cade fitta sui tetti e sulle strade mentre tanta parte del quartiere o dorme o lustra le sue quattro mura o prepara il pranzo della domenica. Come tutti i giorni del signore, un uomo di mezza età – pancia e occhiali – rientra in casa con gli stivali e il suo cagnolino nero intirizzito dal freddo, sembra che siano stati in qualche bosco lontano e umido in cerca di tesori vegetali tutta la notte. La bizzarra campana della chiesa di Santa Rita ha già suonato da un pezzo.
In questa calma routine domenicale, nel quartiere arriva Antonio. All’inizio non lo vedi, perché lo senti. Attorcigliato nelle coperte, ascolti il signor Antonio che per il momento è soltanto il suono di una tromba “pe pe peppe pe peeee” che intona “tanti auguri”. Per vederlo, basta affacciarsi alla finestra: baffi grigi, accento del sud, in una mano la tromba nell’altra l’ombrello. La gente si affaccia, sorride. Lui intona un altro motivetto e chiede una moneta. “Me la lanci in un fazzoletto”, aggiunge con tono quasi autoritario. Poi raccoglie il quadratino bianco piovuto dal cielo e ringrazia, allontanandosi zompettante nelle sue scarpe grosse.

“Salve, che ci fa qui?”. “Sono un’artista di strada, suono!”. “Sta a Milano?”. “Sono di passaggio, se Dio vuole!”.

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Perdere la testa per Barbarella

Novembre 3, 2009 · Lascia un Commento

bllE’ bionda, magrolina e un po’ slavata. Non è molto alta, ma ha due labbra di rossetto fuoco e una zazzera sbarazzina che farebbe impazzire anche il più serio dei cravattati. Si dice che nessuno l’abbia mai vista senza lo smalto. Barbarella, al Rocket di via Pezzotti, ormai è un’istituzione. La piccola dj dei venerdì sera elettronici non è bella – per i canoni estetici tradizionali sarebbe al massimo carina – ma ha fascino. Un fascino un po’ pornografico. Nelle sue serate al Rocket, tutto quello che gira intorno a lei è sesso: le battute oscene del vocalist, un finto spogliarello, un accenno di bacio saffico. Erotismo che trasuda da ogni gesto, da ogni sguardo complice lanciato nella folla come una pagnotta agli affamati. Barbarella è magnetismo puro, perché quando è in sala gli sguardi del pubblico sono tutti per lei. Nemmeno fosse una cubista in topless.
Come da curriculum di ogni alternativo che si rispetti, Barbarella proviene da una città provinciale (Alessandria) e si è iscritta all’Accademia di Brera. Ma il suo demone si libera alla consolle: in quattro mura anguste e sudaticcie (il Rocket) tutti le settimane fa muovere generazioni di tardo-ventenni a ritmo di un cuore cocainomane.

Le sue serate si chiamano “cabrio pop”. E per chi non lo sapesse, Barbarella ha ucciso Lolita.

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L’antro di Rodolfo

Ottobre 29, 2009 · Lascia un Commento

Il ticchettio, se ti fermi un secondo a pensarci, è assordante. Cento e passa orologi di ogni forma e colore se ne stanno appesi, appoggiati, abbandonati per tutto il laboratorio. Ci sono quelli pronti a colpirti ogni quarto d’ora con i loro rintocchi e quelli più clementi che si limitano a ricordare la propria esistenza ogni sessanta minuti. “Ma è come vivere vicino alla stazione dove senti i treni, dopo un po’ ci si fa l’abitudine”. Rodolfo Saviola lavora nel suo laboratorio di via Piccinni da oltre quarant’anni. Ripara e restaura gli orologi, il suo primo, vero, grande amore. “Una passione un po’ da pazzi, perché innamorarsi di questi micro-meccanismi non è una cosa da persone normali”, ammette. Ma il suo laboratorio non è soltanto orologi. Influenzato da anticaglia kitsch, gusto morboso per il vecchiume e un’imperscrutabile mania per la composizione di oggetti inutili-ma-meccanici-o-almeno-lo-sembrano, l’antro di Rodolfo – ad oggi – ha assunto un equilibrio estetico degno delle migliori stanze del barocco francese. “Quand’ero giovane qua ci vivevo anche”, sorride.

Dopo quattro decadi, il suo lavoro rischia di scomparire. “Esistono anche le multinazionali dell’orologio, sa? Soprattutto svizzere e tedesche”.

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